Nella sua intervista, Eliana Matania Ruggiero ci ha detto che non consiglierebbe mai il libro Il posso della solitudine perché “abbiamo bisogno di modelli meno melodrammatici e che sorridano alla vita affrontandola con coraggio e magari anche un po’ di auto-ironia, che non guasta mai”. Per dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”, proponiamo una recensione di Susanna Trossero al suddetto libro. Ironia della sorte: i due testi (quello della Ruggiero e quello della Trossero) sono arrivati in redazione insieme e nessuna della due sapeva che l’altra parlasse del libro in questione.

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Copertina del libro Il pozzo della solitudine di Radcliffe HallRadclyffe Hall, Il pozzo della solitudine (trad. A. Lami), Corbaccio 2008,
pagine 545, euro 22,60

Libro “scomodo” del ‘900, Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall mi ha trascinata dolcemente – con la sua scrittura balsamo – in un clima di tormenti e slanci d’amore, di verità negate e atmosfere puritane di stile ottocentesco, di dolori inevitabili e gioie da evitare…

Questo classico dell’amore lesbico pubblicato nel 1928 in Inghilterra, suscitò un grande scandalo e l’autrice fu accusata di oscenità, denunciata e processata, con la conseguente messa al bando del libro.

La Hall, che da adulta si ribattezzò “John”, se fosse sopravvissuta al tempo, avrebbe sentito parlare così dei suoi personaggi:

“Queste creature avevano tratto vita e forza da colei che le aveva create. Avevano succhiato dalle mammelle della sua ispirazione come bambini, rinvigorendo il proprio sangue, crescendo magnificamente forti e per questo chiedendo, esigendo riconoscimento. Poiché i buoni libri nascono soltanto così; devono in qualche modo partecipare al miracolo del sangue, al singolare e terribile miracolo del sangue che è la fonte della vita”.

Leggendo questo romanzo appassionante, appare subito evidente, infatti, la presenza costante dell’anima di chi scrive, un’anima che si fa portavoce di battaglie contro le ingiustizie, le condanne e il rifiuto sociale.

Protagonista del libro è Stephen, una ragazza dal nome maschile nata da genitori delusi che speravano ardentemente di mettere al mondo un maschio. Pare quasi che la scelta del nome ne influenzerà il destino, poiché Stephen vivrà tristemente la sua condizione di uomo imprigionato nel corpo di una donna, e cercherà l’espiazione nel senso di colpa. Una struttura ottocentesca dunque, una protagonista molto maschile, amori “sconsacrati”, il termine invertita a sostituire lesbica, una madre che definisce la propria figlia una portatrice di deformità spirituale o un peccato contro la creazione; una storia dura, dolorosa, tuttavia ricca di spunti di riflessione, di inni all’Amore, di inviti al rispetto per tutti coloro che pur non potendo creare una nuova vita possono dar vita all’Amore, e sentirsi l’esistenza stessa, poiché “tutto ciò che esiste – scrive John – fa parte della natura”, dunque è il temine contro natura a non aver ragione di esistere.

“Amava profondamente – scrive la Hall – molto più profondamente di molti altri cui era concesso di proclamarsi senza paura. Perché questa è una dura e triste verità: coloro che la natura ha sacrificato ai suoi fini misteriosi, che restano spesso nascosti, sono altrettanto spesso dotati di una grande voglia d’amore, e anche di un’infinita capacità di soffrire, che deve andare mano nella mano con il loro amore”.

E, qualche pagina dopo, ci racconta le terribili e impietose parole della madre di Stephen:

“Quanto a te, preferirei vederti morta ai miei piedi, piuttosto che viva di fronte a me con quesa onta addosso, questa mostruosità indicibile che chiami amore”.

Un libro meraviglioso, dilaniante e in qualche modo educativo, che a dispetto dello scandalo provocato e delle censure subite, è stato tradotto in 14 lingue, e viene ancora oggi considerato uno dei più importanti classici della letteratura lesbica di tutti i tempi.