Frammenti d’un percorso amoroso
Un’altra tappa di questo percorso amoroso la si trova qui. Buona lettura!

Certi pomeriggi d’estate sembrano fatti apposta per leggiucchiare e rimestare le idee, in un angolo fresco dello studio, andando a rivedere vecchi appunti o a rileggere i pezzi irrinunciabili di libri masticati negli anni, tutti sottolineati e con le pagine segnate da numerose orecchie – prova certa di rinnovate letture – dove ritrovare la meraviglia d’una parola, il fulgore d’un immagine, il guizzo d’un pensiero illuminante; e in mezzo ad un libro può capitare di scovare un foglio spiegazzato dove sono scritte poche frasi, a volte l’espressione urgente d’un dolore, ma anche annotazioni così profonde e intelligenti che prima si stenta a riconoscerle come proprie, poi ci si congratula con se stessi/e per averle un dì pensate e declamate nella pagina, ma l’euforia cede presto il passo al rammarico per l’evidente involuzione degli anni trascorsi, che appanna l’ispirazione e la memoria.
Inseguendo una tale operazione ho ritrovato un libro dei miei anni appassionati: Barthes di Roland Barthes (Einaudi, 1980; 2007) e ho seguito il filo delle sottolineature e delle note a margine, quasi a ricomporre una specie di psicografia dei miei lontani pensieri e, nell’intertesto, ritrovare anche l’eco delle emozioni e dei rovelli d’allora.
Fra tutti mi piace sottoporre agli amici e ai lettori di questo blog – e in particolare ai bloggers – un pezzo che mi sembra particolarmente attuale e capace – per me lo è stato – di attivare delle riflessioni utili a questi nostri tempi complicati dal pieno di comunicazione e – nel contempo – dal silenzio assordante delle mancate risposte, degli equivoci, dei fraintendimenti, delle frasi fatte, delle smentite. Metto questo pezzo a disposizione degli internauti che vivono come me e, forse – ma il paragone è quasi indecente – come ha vissuto Barthes, un rapporto con la scrittura, e col linguaggio nella scrittura, con una sorta di senso perenne di inadeguatezza, quasi un complesso di colpa nel non perseguire fattivamente una reciprocità (nell’ascolto, nella lettura, nel confronto) che – sola – può salvare la gioia estetica dal ridicolo dell’irrealtà, dell’immaterialità senza utili contropartite. È come se ci si domandasse: E se avessimo sempre sbagliato linguaggio? Ma chi può rispondere?
Il testo che ho scelto si intitola: Una società di emittenti e lo trascrivo per intero, senza ulteriori commenti.
«Vivo in una società di emittenti (e anch’io lo sono): ogni persona che incontro o che mi scrive, mi manda un libro, un testo, un bilancio, un annuario, una protesta, un invito a uno spettacolo, a una mostra ecc. Il godimento di scrivere, di produrre, preme da tutte le parti; ma dal momento che il circuito è commerciale, la produzione libera rimane inghiottita, sconvolta e come smarrita; nella maggior parte dei casi, i testi, gli spettacoli vanno dove non vengono richiesti; incontrano, per loro disgrazia, delle “relazioni”, non degli amici, e ancor meno dei partner; il che fa sì che questa specie di eiaculazione collettiva della scrittura, nella quale si potrebbe vedere la scena utopica d’una società libera (in cui il godimento circolerebbe senza passare attraverso il denaro), degenera oggi in apocalisse»











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Frammenti d’un percorso amoroso…
Riflessioni della scrittrice Silvana Sonno a partire da un testo di Roland Barthes, letto negli anni scorsi e “annotato”….
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