Castello di Rocca Grimalda

 

Per pubblicare i testi in questa rubrica, cliccare qui: GraphoMania

Un bel testo di Marco Ratto, che ha inaugurato questa sezione con La ballata di Eva la bionda e poi ha scritto un altro pezzo dal titolo L’amico raffinato del mercato.

***

A chiunque sia capitato di passare per il paese di Rocca Grimalda, oppure, per un gioco del destino dettato dal caso, di fermarvisi per i motivi più disparati, e di arrivare fino alla terrazza Belvedere Marconi, spinto da una successiva e quasi immediata curiosità legata alla serenità che vi si può respirare non appena vi si entra, sarà capitato anche di rimanere per qualche attimo in silenzio per cercare di riassumere, visivamente e nello spazio di pochi attimi, l’altro spazio, quello fisico con cui ci si trova ad avere a che fare, ammirando il panorama di fronte a sé.

In effetti, di solito, quelli che hanno con sé una macchina fotografica, ne approfittano per scattare subito qualche foto e immortalare così la bellezza di questo paesaggio e il ricordo del loro viaggio, mentre, per coloro che con sé non hanno portato la macchinetta, sorpresi da tanta ariosità, non resta che ritornare volentieri per aggiungersi ai più fortunati e ai più previdenti, o, nel peggiore dei casi, non resta che rammaricarsi per il fatto che, vista la loro lontananza, non ne potranno più approfittare tanto facilmente se non accontentandosi di qualche cartolina.

Per chi, come me, invece, ha la possibilità di tornare alla terrazza Marconi molto spesso, fino al punto di sentirsi lassù un po’ come uno di casa e come parte dell’ambiente circostante, non resta che sedersi su una delle panchine del parco giochi, con le aiuole, gli scivoli, le altalene alle spalle e con lo spettacolo del paesaggio di fronte ai propri occhi, per trascorrere il tempo a pensare, oltre che per guardare più o meno lontano da sé, benché ogni volta che si guarda più attentamente, come davanti a un quadro che raffigura una grande veduta, non si finirebbe mai di scoprire nuovi particolari sfuggiti alle occhiate precedenti, meravigliandosi poi di non averli colti prima. È vero, comunque, che la campagna, proprio come qualsiasi altro luogo fisico, e come la città, anche se in misura minore e con più lentezza, cambia il proprio aspetto, ed è altrettanto vero che, spesso, questi cambiamenti, a uno sguardo d’insieme possono risultare addirittura impercettibili, soprattutto per chi, all’immagine attuale, per motivi legati alla giovane età o a una frequentazione troppo recente o assidua, non può accostare l’immagine storica della memoria di una vita da ottantenne e da centenario, visto che sempre più numerosi sono gli abitanti del posto che riescono ad arrivare a queste età.

La sensazione che, a trentasei anni, ne ho io, invece, è quella che credo appartenga anche a molte altre persone che ne hanno avuto e che continuano ad averne esperienza sia visiva che mentale attraverso l’esperienza diretta dei nostri giorni; un lento volo sopra di essa che ci fa sentire parti uguali di un tutto. Se lasciamo stare tutti quelli che, con alianti, aerei, deltaplani e con quanto altro la tecnologia attuale mette a disposizione a chi ha il coraggio di compiere veramente questa escursione, di certo, l’unico viaggio volante possibile resta quello cinematografico-televisivo oppure quello della fantasia legata al sapere trasmessoci da quegli stessi anziani di cui portare avanti la storia vivente.

A questo proposito, ricordo di avere conosciuto Micché qualche anno fa, e vedendolo per la prima volta da quando me ne avevano parlato, ricordo anche di averlo trovato molto diverso da come lo avevo immaginato. Infatti, benché non avesse un aspetto signorile e il suo abbigliamento fosse molto trascurato, in realtà, dopo qualche minuto di conversazione, mi resi conto che, quella persona di ottantadue anni, nel suo parlare per metà in italiano e per metà in dialetto con un ritmo convulsivo e con un sigaro che dalla mano ingiallita dal fumo faceva ogni tanto passare alla bocca, sapeva molte più cose di quello che ci si aspetterebbe dalla cultura di uno che era sempre stato un contadino.

Parlando di filosofia, di poesia e di scienza con la disinvoltura di un vero sapiente, non mancò fin da subito di citare qualche passaggio del pensiero di Einstein, qualche verso di Leopardi e di Manzoni, né di affrontare i temi della società moderna e di ciò che lui intendeva per cultura, al di là di quello che si studia a scuola, per poi lamentarsi dei cambiamenti troppo veloci dei tempi, e tutto questo me lo fece sembrare subito un tipo interessante, tanto che ritornai spesso alla terrazza sperando di rivederlo.

Le volte successive, lo ritrovai sempre lì allo stesso posto e mi resi conto che quando non lo si vedeva passare, si poteva stare certi che prima o poi sarebbe comunque arrivato per parlare con qualcuno, perché, visto che in paese tutti lo conoscevano e che a lui piaceva molto parlare, qualcuno con cui intrattenersi lo avrebbe trovato quasi sempre ed era facile quindi che avesse tempo da dedicare anche a chi, come me, aveva voglia di starlo a sentire.

Ascoltandolo, mentre raccontava di sé e del mondo attorno a sé, il volo era altrettanto facile da compiersi, perché, idealmente, stando a quello che ho imparato da lui, questo si rifaceva sempre a ciò che dalla terrazza si riusciva a vedere, per sconfinare in ciò che si poteva soltanto immaginare.

Nei giorni di bel tempo, le nuvole che si vedevano all’orizzonte sopra i monti più vicini al di là del fiume Orba, benché gonfie e grigiastre, non lo impensierivano più di tanto, perché quel fiume, sia fisicamente che idealmente, rappresentava lo spartiacque tra ciò che stava al di qua e ciò che rimaneva al di là, e quindi anche quelle nuvole sarebbero state destinate a restarsene dove erano, senza mai varcare il confine reale e immaginario di quelle acque e di quelle terre. A pensarci bene, tutto questo era come se avesse rappresentato una difesa quasi artificiale della volontà degli uomini, da aggiungersi a quella naturale dello sperone roccioso che, soprattutto nei secoli passati, aveva protetto Rocca Grimalda dagli invasori provenienti dalla pianura, permettendole di conservare almeno le tradizioni della vita contadina. Inoltre, posto in alto sopra il resto della campagna, fino a far sembrare ai suoi abitanti di trovarsi già in aria senza troppi sforzi della fantasia, il paese dà una sensazione di ancor maggiore altezza che non quella reale, perché il dirupo da cui si può guardare in basso con questa bella illusione, una volta sporti dalla ringhiera di protezione, è sempre quello che circonda la Terrazza Marconi.

Lì ogni cosa ti riporta alla storia, quella degli uomini e delle cose, a tal punto che, pensando al passato, e riflettendo sul presente, si finirebbe per credere che il posto fosse stato una specie di Paradiso terrestre da cui osservare senza stancarsi il mondo intorno a sé, come se soltanto quest’ultimo fosse stato di passaggio, mentre quel Paradiso terrestre sarebbe potuto durare in eterno. Il vento che passa, arrivando fino alla cima del paese, per proseguire lontano verso il nord e verso le Alpi, o quello che, da nord, non riesce a far breccia se non sulla pianura sottostante e spingendosi verso gli Appennini, lasciano intatto il suono di echi lontani che pur accompagnandola, non riescono a scalfire l’idea di un mondo lontano, di cui godere indisturbati.

La storia ci ha insegnato che Rocca Grimalda fu terra di possedimento di Signori genovesi, di Casate lombarde e che, di volta in volta, ha seguito il corso degli eventi, così come lo ha fatto gran parte del territorio circostante con i suoi paesi vicini, ma l’aria che si respira alla “Rocca”, in ogni stagione, sembra spesso essere al di fuori dello spazio e del tempo, tanto che c’è da chiedersi se, oltre che in passato, anche nel presente, esso non rappresenti un fortino dell’anima, inespugnabile proprio come lo erano quelli di un tempo. Certo, al giorno d’oggi, gli aerei da guerra potrebbero abbatterlo in un attimo con le loro bombe, ma la prosaicità dei tempi odierni, non si avverte neppure quando, rimanendo in perfetto silenzio ad ascoltare il rumore lontano del traffico autostradale che passa anch’esso al di là del fiume con la sua linea retta da sinistra a destra, soprattutto nei fine settimana e durante l’estate, si arrivano a contare fino a ottanta macchine al minuto in direzione mare, senza che questo non appaia qualcosa di più di un semplice e piacevole sottofondo di accompagnamento per il viaggio della mente, troppo lontano per disturbarti e troppo vicino per non poterne ammirare il movimento, nel bel mezzo dell’immobilità del paesaggio a cui la modernità dei tempi ha dato semmai, un tocco di mobilità, lo stesso a cui la distanza, però, toglie il senso della pericolosità, per restituirgli una parvenza di normalità, di perfetta armonia con l’ambiente naturale. Ancora una volta, le distanze tra il reale e l’immaginario si annullano nel tempo e nello spazio, mentre questo tipo di progresso dà l’idea di essere sempre esistito, anche se così non è stato.

A testimoniarlo, infatti, c’è sempre il mio ricordo di Micché, il quale, tra il fumo di una sigaretta e l’altra, un giorno mi ha raccontato che fino a venti anni prima, quel traffico di automobili, così minuscole da sembrare giocattoli, non esisteva se non in misura nettamente minore, e allora si capisce che qualcosa è cambiato davvero, nella vita della gente, di molta gente, nelle loro abitudini, nella loro mentalità, così lontana e nello stesso tempo tanto vicina a quella che è e che è stata quella di molti di noi, la mia, e ancora, quella di tanti altri conoscenti di Milo, fino al punto che, un giorno, sarebbe stato lui stesso a dichiarare che secondo lui, la gente, l’intero genere umano era diventato matto. Del resto, anche il clima, lo dicono anche gli esperti, sta cambiando, le temperature medie di ogni stagione sono salite, e di sicuro sono salite molto da quando i vecchi di oggi erano bambini, tanto che anche noi più giovani ci accorgiamo di questo cambiamento, rispetto a quando anche noi eravamo piccoli, e questo è forse ancora più allarmante.

Secondo Micché, la fuga estiva per le vacanze al mare di tutte quelle auto avrebbe dimostrato la pazzia collettiva in corso, anno dopo anno, ormai da tempo, perché se lui preferiva l’idea del mare quando faceva meno caldo e se ogni estate preferiva rimanere dalle sue parti, ciò era dovuto al fatto che se qui da noi si arrivava a 35 gradi, non si capisce perché dovere andare là dove ce n’erano almeno 40.
La quercia protesa verso il vuoto fuori dalla ringhiera della terrazza Marconi testimonia l’attaccamento alle radici del posto e malgrado Micché dicesse che prima era molto più rigogliosa, mentre ultimamente sembrava dovere cadere da un momento all’altro, in realtà non si muove di un millimetro e ogni anno, nella bella stagione, mette nuove foglie verdi che immancabilmente ricadono prima dell’inverno, così come nascono e passano le vite di ognuno di noi, lasciando che nuova vita rifiorisca. Per fare questo, occorre che il futuro sia legato al passato e che ciò che sarà succeda a ciò che è, mentre che ciò che è, quindi, vada preservato anche quando è o sembra essere forte come quella quercia, indistruttibile come lei, pronta a sorreggere con le sue radici e il suo fusto, e pronta a essere sorretta.

La cultura, per Micché, è una cosa seria e soprattutto pratica, è il rispetto delle tradizioni contadine, è il lavoro nei campi e nelle vigne, quello da cui le famiglie traevano di che vivere e che permetteva agli uomini di essere e sentirsi tutti uguali, mentre la mancanza di cultura attuale, secondo lui, sarebbe da attribuirsi all’abbandono delle campagne, al vivere tutti ammucchiati nelle città in mezzo all’inquinamento, in un mondo sempre più pieno di disuguaglianze sociali tra la gente comune e chi guadagna 35000 euro al mese, quello dove gli sprechi del consumismo hanno fatto perdere di vista alla gente certi valori.

Una volta, mi disse che lungo i boschetti appena sotto la “Rocca” e nei boschi attorno, bastava e basterebbe ancora avere un bastardino ben addestrato per andare a caccia di tartufi, ma ormai gli sembrava che nessuno se ne preoccupasse più, nemmeno i pochi contadini che vi abitavano vicino, pur dovendo essi tirare avanti difficilmente, perché la vita di campagna, oggi, costa troppo e troppo poche sono rimaste le persone che vi si dedicano, per far sì che i costi diminuiscano. Questo è il cambiamento dei tempi notato da Micché, il cambiamento dell’economia, della politica che l’ha seguita, e quello della gente che le hanno seguite tutte e due per potersi migliorare, a ritmi sempre più veloci come le macchine che corrono sulle autostrade, mentre in un tempo neanche troppo lontano da noi, lui ricordava di essere andato più volte in macchina fino al piccolo borgo del Gnocchetto, per poi proseguire ogni volta, a piedi, dal fondo, fino quasi alla cima del monte Colma, e sempre di notte, al chiaro di Luna, dove viveva il suo amico Bacciccia, in una cascina senza acqua corrente e senza riscaldamento, con il solo calore delle pecore ammucchiate nella stalla a riscaldare il suo sonno. Per il resto, Bacciccia non tornava verso Ovada o verso Rossiglione a vendere uova e formaggio, utili per comprare ciò che non riusciva a produrre da sé, se non di tanto in tanto e per le cose più importanti, ma agli occhi di Micché, quell’uomo era uno dei più saggi da lui conosciuti, per questo lo andava a trovare così spesso, sfidando la notte e i disagi della natura selvaggia, per poi ritornarsene alla “Rocca” dopo la solita bevuta di vino sul Colma con l’amico.

I monti attraggono la gente che vi abita vicina così come spesso attraggono le nuvole, e quasi tutti, prima o poi, nella loro vita, hanno provato la curiosità di sapere cosa c’è sulla loro cima e che cosa si vede da così in alto, finendo per arrivarci da soli o in compagnia, così è inevitabile che sedersi sulla terrazza Marconi porti a chiedersi quali siano le vette dell’Appennino che fanno da cornice a quel panorama.
Da sinistra a destra, da Levante a Ponente, dopo qualche profilo collinare dove si appoggiano al sole i paesi di Lerma, Tagliolo Monferrato e Belforte Monferrato, si intravedono le prime vere montagne, le cime del Tobbio e del Tobbietto, poi, spostandosi ancora un po’ a destra, più basso e più vicino, si osserva il Colma dove Micché andava a trovare Bacciccia, fino ad arrivare, con un altro rapido movimento degli occhi che raccoglie tutto in uno sguardo, ai più lontani monti della catena del Beigua. A quel punto, un altro volo si chiude e ne inizia uno nuovo, perché Micché conosceva le misure delle loro altezze e ripeteva che una volta, uno dei pali che servivano per la corrente elettrica venne trasportato in spalla da un ragazzo di forte costituzione, dal fondovalle fino alla cima del Tobbio a quota 1100 metri, quella stessa cima, di cui, nei giorni più tersi, si riesce a vedere il contorno più alto di tutti, con la sua cappelletta ad ornarla.

I lavori da bestie, un po’ per questioni legate al terreno impervio e al sentiero troppo stretto da percorrere, quella volta erano stati fatti fare agli uomini e non agli animali, nello stesso tempo però, la campagna e quei monti avevano perso l’aiuto dei buoi rossi, quelli originari della zona, estintisi nel giro di pochi anni come era andata persa gran parte della tradizione contadina di cui Milo continuava a ripercorrere nostalgicamente la storia.

Il salto era stato netto non tanto dall’antichità alla modernità, quanto dal moderno al modernismo, perché se era vero che anche uomini illustri e di grande ingegno come Alessandro Manzoni e Albert Einstein erano passati dalle nostre parti, il primo seguendo il percorso del fiume Orba, il secondo in tempi ancora più recenti attraversando a piedi gli Appennini di fronte, era altrettanto vero che l’intelligenza e il progresso potevano andare di pari passo con i tempi e non il contrario. Secondo Micché, infatti, bisognava tenere bene presente una considerazione dello stesso Einstein, per cui anche nel caso in cui l’uomo dovesse un giorno arrivare a conquistare le galassie più lontane e a iniziare a vivere nell’Universo, non dovrebbe mai dimenticare che tutto è partito da qui, e l’esempio di tutto questo lo intravedeva nella figura di un suo amico rocchese, per molti anni scienziato aeronavale alla NASA. Il progresso, per lui, non era quindi sbagliato, ma la Scienza e la Tecnica non avrebbero mai dovuto essere perseguite a tutti i costi, anche a quello di dovere distruggere tutto ciò che abbiamo di più puro e di più bello, tanto che il paesaggio di fronte a noi, è per lui vera e propria poesia, così come è abituato a considerare poesia ogni cosa bella di questo mondo, sia che si tratti di un’opera di Dio sia che a farla siano stati gli uomini. Fausto Coppi, durante alcune visite alla Rocca per accompagnare la moglie da una sarta del paese, appariva nei suoi racconti come una persona semplice con cui potere parlare proprio su quella stessa terrazza Marconi, senza neanche che a lui venisse in mente di chiedergli un autografo, perché il Campionissimo non amava né parlare delle sue imprese sportive, né mostrarsi per quello che non era, cioè un divo suo malgrado.

P.S. nel periodo in cui Micché ha parlato con me di queste cose, come probabilmente ne aveva parlato con Coppi e con tante altre persone da lui incontrate, lavoravo per un’azienda chiamata “Buoi Rossi”, ma, dato lo sfruttamento a cui ero sottoposto, capii presto che si trattava di una bufala, perché, anche per molti giovani di oggi, i buoi rossi non esistono più e sono proprio quei giovani, magari, a dover fare le stesse fatiche di quegli animali, in pieno progresso tecnologico, e tutto al più, in tempi di vacche magre.